Pasqua? Diventare uomo

In genere l’espressione “diventare uomo” applicata a Gesù si collega con il Natale.
Ma quando si diventa pienamente uomo?
Anche l’uso diffuso di festeggiare il raggiungimento della maggiore età suggerisce che la nascita è soltanto l’inizio del nostro essere persone umane e che per diventare uomini serve tutta la vita. Così pure per Gesù.

Se a Natale si ricorda che “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14), è a Pasqua, dopo le scelte di vita operate fidandosi di Dio (a differenza di Adamo), che Egli diventa integralmente uomo. Queste considerazioni nei Vangeli della Passione trovano un’importante conferma nel confronto tra la persona di Gesù e la miriade di personaggi che li affollano (quanta poca umanità in quelle figure boriose, meschine e manipolabili!), e in due momenti paradossalmente gestiti né dai discepoli, né da eredi della fede d’Israele, ma da due pagani.

Nel Vangelo di Giovanni, Pilato, presentando alla folla faziosa e inferocita un Gesù ridotto fisicamente a “verme e non uomo” (Sal 21,6), ma fiero e pieno di dignità, afferma “Ecco l’uomo!”(Gv 19,5); e in quello di Marco, questi mette sulla bocca di un centurione romano stupito dal vederlo morire “in quel modo” l’espressione: “Costui era veramente il Figlio di Dio!”(Mc 15,39). Forse usa la parola “figlio” quasi a dire che diventare uomini non significa diventare individui, ma entrare in relazione positiva con l’Altro e gli altri.

Mi sembra che queste considerazioni ci aiutino a capire cos’è la Pasqua per la fede cristiana.
Non è il ricordo di una dolorosa vicenda, con un “happy end”, un bel finale. Se fosse così, essa ci chiederebbe soltanto di essere spettatori compassionevoli di una vicenda altrui, che tirano un sospiro di sollievo di fronte al suo esito positivo. Ma la passione e la morte di Gesù non ci chiedono lacrime di commozione, compassione e sensi di colpa…

Non è questo il senso della Pasqua cristiana.
Come suggerisce tutta la tradizione biblica e la liturgia della Chiesa, questa festa ci deve trovare non spettatori, ma protagonisti, perché è qualcosa che riguarda noi: Cristo è la “nostra” Pasqua (Cfr 1Cor 5,6). Se Lui a Pasqua ha dato compimento pieno al suo essere Uomo, le celebrazioni pasquali suggeriscono che anche noi, percorrendo il suo cammino, compiendo i suoi gesti e la sue scelte ponendoci nelle mani del Padre, possiamo realizzare il nostro “passaggio” da una vita condizionata da individualismo e peccato ad una esistenza libera e piena, per rendere la vicenda umana una storia bella.

I racconti della Passione nei Vangeli sono la sintesi delle scelte che hanno portato Cristo a diventare pienamente uomo e delle loro conseguenze. Ci fanno capire perché Gesù è morto, sottolineando che a portarlo a morire non è stato un caso, né la volontà di un Dio “sanguinario”, ma il suo appassionarsi libero e consapevole al sogno del Padre sulla sorte degli uomini. In pratica, i Vangeli ci ricordano che Gesù non è morto perché  – per sfortuna! – dei violenti hanno avuto il sopravvento su di lui, ma perché si è appassionato ad una causa, fino in fondo, nella consapevolezza che questa sua libera scelta lo avrebbe portato a sfracellarsi contro quel muro di violenza, di indifferenza, di ipocrisia, di odio, di divisioni, di sopraffazioni diventato sistema, che umilia e annulla la felicità di essere uomini. Dal momento che Gesù voleva ridare a sé stesso e ai fratelli la dignità del vivere, non poteva che cozzare contro tutto ciò che schiaccia l’uomo: “Bisognava” che Cristo patisse per entrare nella sua gloria, ci ricorda Luca nell’episodio dei Discepoli di Emmaus (Cfr. Lc 24, 26). Ieri come oggi.
La Resurrezione, pertanto, non è un miracolo che si aggiunge surrettiziamente alla vicenda della sua morte, quasi un atto di generosità e di compassione di Dio per suo Figlio. Ma l’epilogo “naturale” delle scelte di Gesù. In pratica la fede cristiana ci dice che la Resurrezione è già nella croce, perché chi fa le scelte di Gesù è già risorto, è Uomo! La sua vita non è effimera e caduca, ma è “eterna”, cioè piena.

Penso che per questo motivo i Vangeli danno grande spazio ai racconti della Passione e meno a quelli delle apparizioni del Risorto (il Vangelo di Marco, secondo alcuni studiosi, terminerebbe con il cap. 15 e che il cap. 16 con i racconti delle apparizioni sarebbe un’aggiunta posteriore): e quasi ce le porgono come illustrazioni in qualche caso ridondanti di quanto è avvenuto in uno che “morendo così” (Mc 15,19), per quelle scelte è diventato il vivente e il vincente, cioè l’uomo nuovo sognato da Dio.

Allora, vivere la Pasqua per noi cristiani significa celebrare qualcosa di nostro: la possibilità e la gioia di diventare uomini, appassionandoci con Gesù alla causa dell’uomo, mettendoci nelle mani di Dio, lasciandoci prendere dall’amore di Colui che “ha tanto amato il modo da dare il suo figlio unigenito” (Gv 3, 16). La Pasqua non è commemorazione di un evento passato, ma fare memoria delle scelte di Gesù, perché, diventando nostre, ci aiutino ad essere uomini nuovi, liberi, felici e capaci di aiutare gli altri a vivere e a far venire loro la voglia di vivere.

Perciò, al centro di quell’unico giorno liturgico in tre giorni, che è il Triduo pasquale, c’è ancora la memoria sacramentale di quella scelta d’amore di un Uomo vivente che, proponendoci la sua vita come un pane spezzato e un vino versato (ripresentazione delle sue scelte e del loro esito), ci dice “Fate questo in memoria di me”.

+ don Valentino

(foto Resurrezione, Piero Della Francesca, affresco, 1465, Museo civico di Sansepolcro)

 

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