La carenza dei preti: problema o risorsa?

Perché mancano i preti? Se la vocazione è un dono divino perché in questo tempo il Signore  fa mancare sacerdoti alla sua Chiesa? A queste domande vorrei dare una risposta da credente e non da sociologo. Spesso al problema della carenza di preti leghiamo il futuro della Chiesa, senza pensare che in alcuni territori del Sud del Mondo di preti ce ne sono pochissimi e la Chiesa è viva.

Allora mi domando: che segnale vuole darci il Signore facendo calare il numero dei preti?

Forse ci vuole far capire che siamo una chiesa molto clericale e asfittica che identifica la vita ecclesiale soltanto con i Sacramenti costringendo il sacerdote a girare come una trottola per celebrare una Messa di qua, un funerale di là, un battesimo oltre ancora, con un mazzo di chiavi con le quali chiude e apre edifici sacri che per il resto del tempo rimangono rigidamente interdetti ai fedeli, come se fossero la sua bottega e non un bene di tutti e il luogo dell’incontro con il Signore…

Forse ci vuole dire che la Chiesa vive non soltanto per i Sacramenti, ma anche per l’Annuncio del Vangelo, la preghiera e il servizio fraterno e che bisogna valorizzare i tanti ministri ordinati che non servono solo a fare corona al Sacerdote che celebra e a dare solennità ai riti, ma potrebbero essere grandi opportunità per far vivere la Chiesa… Il Concilio aveva parlato di una “Chiesa tutta ministeriale”, ma questo è rimasto uno slogan senza conseguenze pratiche.

La carenza di preti forse ci vuol dire che dobbiamo operare una “conversione pastorale” che ridoni alla Chiesa quella bellezza che clericalismo e sacramentalizzazione selvaggia gli hanno rubato.

Bisogna innanzitutto dire che il prete non è la Chiesa e che la cosa più importante è la Comunità cristiana. Allora, pensando alla Diocesi di cui sono stato Vescovo e alle parrocchie di tanti piccoli Comuni Italiani, io immagino delle piccole Comunità cristiane  senza il prete a tempo pieno che:

  1. hanno un incaricato volontario che tiene sempre aperta la chiesa, dove la gente può andare a pregare o a raccogliersi quando vuole;
  2. dove in certi momenti della giornata un gruppo di persone si reca insieme a recitare il Rosario, ad adorare il Sacramento, ad ascoltare la Parola di Dio e ricevere la Comunione da un Accolito o da in Ministro straordinario dell’Eucarestia:
  3. dove, nei locali parrocchiali, un catechista prepara i bambini o i giovani ai sacramenti;
  4. dove vivono l‘Azione cattolica e le Associazioni ecclesiali;
  5. dove ministri straordinari della Comunione visitano i malati e portano l’Eucarestia;
  6. dove qualcuno si prende cura dei poveri;
  7. dove un gruppo di laici si preoccupa dell’amministrazione e della manutenzione dell’edificio sacro e organizza iniziative ludiche e culturali intorno alla Parrocchia.

La domenica o in altro giorno concordato arriverebbe il Sacerdote per celebrare la Messa o amministrare i Sacramenti. Questo sistema salverebbe la Comunità e farebbe sì che il Sacerdote quando arriva non si trovi davanti dei clienti sconosciuti che domandano servizi sacri, ma una Comunità che vive e che, quando è possibile la presenza del Sacerdote, celebra i Sacramenti. Legare tutto alla presenza non stabile del Sacerdote distrugge la Comunità cristiana e riduce i fedeli in clienti (spesso senza fede) a caccia di cerimonie religiose.

Ci sono pochi preti? Mi verrebbe da dire: “Meglio così!” Se questo significa la fine del clericalismo, la valorizzazione vera e non solo coreografica dei ministri ordinati (Lettori, Accoliti, Diaconi, Catechisti…) e la nascita di Comunità cristiane nelle quali il Sacerdote esercita il suo dono specifico per un Popolo di Dio concreto  e non diventa il “bottegaio” della situazione.

+ don Valentino

 

 

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