La “cava” dei catechisti

Sento dire che tante parrocchie hanno difficoltà a trovare i catechisti e che altre, non avendo di meglio, si affidano a persone di una certa età, forse un po’ troppo devote, che propongono ai catechizzandi una fede molto attenta a miracoli, castighi, diavoli e preghiere irresistibili… e a presentare il Signore, la Vergine e i Santi come dei bancomat di soluzioni di problemi. So anche di qualche parroco preoccupato più del “sapere” che dell’ “essere” e del “saper fare”, che arruola come catechisti  persone con titoli accademici (teologici e non), ma con poca attenzione alla loro capacità di contagiare nella fede. C’è il pericolo che tale catechesi, con tutta la buona volontà, invece di formare cristiani, ponga le premesse per robuste o (peggio) banali scelte atee.
Cosa fare allora? Dove trovare il “marmo buono” per scolpire figure importanti di catechisti parrocchiali?

La chiesa di Papa Francesco è finalmente orientata a dialogare con la modernità, cioè a parlare all’uomo di oggi, prendendo atto delle sue categorie di pensiero. Essa pertanto, non pretende di fermare la storia imponendo una visione del mondo legata a contesti datati, in cui la rilevanza sociale della fede era più forte anche se non sempre nasceva dal Vangelo. Ci invita, invece, a ripensare il nostro essere cristiani a partire da una lettura evangelica dei problemi (materiali e spirituali) e dei drammi di tanti uomini e donne del nostro tempo, come pure dalla consapevolezza della nostra responsabilità di fronte alla “casa comune” e dal dialogo con tutti, puntando su ciò che unisce più che su ciò che divide….

Tuttavia penso che il grande problema della nostra pastorale sia la formazione dei cristiani, finora delegata ad una catechesi carente (o a tradizioni religiose popolari spesso svuotate del significato originario), che, prevalentemente organizzata sul modello scolastico e legata al “premio” dei Sacramenti, viene spesso tollerata e non porta alla scelta dell’ideale di vita umana che ci propone il Vero uomo, Gesù. Infatti l’obiettivo prevalente di “insegnare la Dottrina cristiana” tipico di epoche, dove gran parte della formazione cristiana era curata dalla famiglia o dal contesto sociale, manca di fattori fondamentali come la preghiera, l’esperienza della vita fraterna e del servizio e la testimonianza che accende quel contatto benefico che ti fa scegliere la via del Vangelo. A tal proposito, sono venuto a sapere che la scelta di seguire Gesù del beato Carlo Acutis non è tanto scaturita dalle cose imparate nei prestigiosi istituti cattolici da lui frequentati (che certamente hanno contribuito a rafforzarla), ma dalla gioia e dalla convinzione con cui viveva la sua fede una semplice domestica polacca che frequentava la sua casa.

Inoltre, senza una fede matura, anche le bellissime proposte che ci vengono dal Magistero di Papa Francesco, cadono in un terreno inidoneo e rischiano di suscitare, sì, interesse  ed apprezzamenti, ma non arricchiscono la fede dei cristiani di quelle sensibilità nuove che, in tempi di grandi mutamenti culturali, ne fanno persone capaci di trasformare  la storia nel senso del Regno di Dio.

Pertanto, la cura della formazione dei cristiani e prima ancora della scelta di catechisti idonei è questione di vita o di morte per la Chiesa di oggi.
Una comunità che non “produce” catechisti è una comunità poco significativa, incapace di promuovere processi che conducono i cristiani ad avere una fede matura e a farsi carico della fede dei fratelli. Spesso, infatti, ci troviamo davanti a comunità gestite da preti solitari (incapaci di accorgersi che i laici sono un elemento fondamentale della Comunità) che, come una ASL del sacro, offre servizi e, anche se è pervasa da affetto e  da ammirazione per il pastore, non crea consapevolezza di essere famiglia, “germe e inizio del Regno” (LG 5). In queste comunità, spesso il prete (che talora – ahimé! – si vanta anche di fare a meno dei laici) perde il senso della sua missione e talora è portato a cercare fuori del ministero che gli affida il Vescovo motivazioni e attività che danno un senso alla sua esistenza. Cioè, chiamato ad essere padre si riduce a vivere come uno scapolo senza entusiasmo.

Una comunità viva, invece, è capace di sognare e di guardare lontano e da ogni approccio con persone che si rivolgono alla Chiesa per chiedere “servizi”, si impegna ad avviare percorsi di consapevolezza della propria fede e di corresponsabilità, utilizzando le mille occasioni offerte, in particolare, dai Sacramenti per creare condivisione e rapporti positivi e intensi. Al riguardo, la mia lunga esperienza pastorale mi rammenta che opportunità preziose sono le proposte formative offerte ai genitori che chiedono i Sacramenti della Eucarestia per i loro figli. Similmente, una comunità viva considera la realtà giovanile non con rassegnata impotenza, ma si mette in discussione facendo delle scelte e delle proposte coraggiose (caso mai superando la preoccupazione di “far fare la cresima a tutti” abbassando l’età di questo Sacramento alla preadolescenza) e utilizza il momento della Confermazione come un’occasione preziosa per far coincidere maturità umana e maturità cristiana, avviando percorsi invece di occupare (illusoriamente) spazi. In questi itinerari di fede sarà possibile aiutare i giovani a capire e sperimentare che si è cristiani insieme, che la fede vera cresce con l’amicizia, comporta la scelta di un modello di umanità, quello di Gesù di Nazareth, e si realizza facendosi carico dei fratelli.
Un tale percorso, che porta giovani maturi ad una scelta consapevole di vita e a ricevere il dono dello Spirito, naturalmente produce cristiani pronti a vivere la dimensione del servizio ai fratelli e anche a prendersi cura della loro formazione.
Da giovane prete guardavo con ammirazione il metodo del Centro Oratori Romani che educava già i preadolescenti a farsi carico dei più piccoli, collaborando con il titolo di “vice catechisti” con i Responsabili.

Giovani e famiglie avviati a percorsi di fede nelle nostre parrocchie potrebbero essere alcune delle  principali “cave” di catechisti (che potrebbero venir fuori anche da percorsi di formazione attivati da Associazioni e Movimenti ecclesiali), ma questo avverrà se tutta la pastorale parrocchiale sarà progettata non ad impasticcare di inutili Sacramenti gli abitanti “cristiani” di un territorio (o ad organizzare kermesse devote), ma a formare uomini nuovi, capaci di vivere da fratelli e di farsi carico degli altri per diventare il “fermento e quasi l’anima” del mondo circostante.

+ don Valentino 

 

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