Una guerra “impari”

Quando da ragazzo leggevo l’affermazione del Concilio Vaticano II: “L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’insieme del globo. Provocati dall’intelligenza  e dall’attività creativa dell’uomo, si ripercuotono sull’uomo stesso, sui suoi giudizi e sui desideri individuali e collettivi, sul suo modo di pensare e di agire, sia nei confronti delle cose che degli uomini. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale, i cui riflessi si ripercuotono anche sulla vita religiosa” (GS, 4), non mi rendevo conto della portata di quelle parole. A distanza di più di 50 anni, devo prendere atto che del mondo in cui ho vissuto la mia infanzia e la mia giovinezza è rimasto ben poco: condizioni di vita diverse, modi di pensare diversi, situazioni sociali ed economiche diverse, rapporti diversi tra le persone, dispersione di comunità…
Un mondo nel quale talora mi sento spaesato.

Anche nei confronti della fede sono cambiate tante cose. Quelli che erano valori condivisi ora appaiono sempre più appartenenti ad una minoranza. Accanto ad un “aggiornamento” reale della liturgia, della catechesi, del rapporto con i poveri e con l’ambiente, assistiamo ad una pratica religiosa molto ridotta, ad un minore senso di comunità, a credenti talora più consapevoli, ma meno coinvolti, ad un calo pauroso delle vocazioni speciali, a tante persone per le quali il rapporto con Dio – in altri tempi centrale nella vita sociale – è assente e li porta a vivere come se non esistesse nulla oltre la vita terrena. Tuttavia non tutto è male ciò che è nuovo e molte volte ci è dato di notare che certe forme di vita del passato, sotto un’apparente religiosità, nascondevano profonde ingiustizie. Tuttavia il cambiamento c’è ed è epocale, forse come non mai nella storia dell’umanità.

Di fronte a tali profonde mutazioni, appare sempre più evidente che il messaggio evangelico sia tutt’altro che passato di moda e, nonostante alcuni scandali ecclesiali molto celebrati dai media contemporanei che potrebbero metterlo in ombra, rivela una sorprendente carica vitale e umanizzante. La triste vicenda del Covid19 ha ampiamente dimostrato il fallimento del modello individualistico corrente e il bisogno urgente dei valori cristiani della solidarietà, della fratellanza, della generosità verso il fratello fragile e solo, del servizio e del primato del Noi sull’io per costruire una società più umana. Ne consegue che in questo mondo radicalmente cambiato, noi credenti abbiamo una grossa responsabilità nei confronti della storia e dobbiamo impegnarci sempre più nel trovare le vie per donare il Vangelo al mondo. È questione di vita o di morte. Papa Giovanni Paolo II parlava di Nuova Evangelizzazione, che non consiste in un superficiale “maquillage pastorale”, ma in un cambiamento radicale, in una “conversione pastorale” (Papa Francesco) delle nostre strutture di annuncio.

Capita invece che la nostra pastorale sia sempre più preoccupata della conservazione di modelli culturali passati (devozionistici e insignificanti per chi vive pienamente quei “rapidi e profondi mutamenti”), che i Pastori, molto preoccupati di “occupare  (o conservare) spazi”, siano molto timorosi nell’avviare percorsi di evangelizzazione nuovi e coraggiosi e siano patologicamente legati a una prassi sacramentale sempre più insignificante per i contemporanei. Basti pensare alle ricorrenti e noiose proposte di riforma della iniziazione cristiana, dove, mentre abbiamo sempre più giovani e adulti lontani dalla fede, si punta ancora ad una pastorale dei bambini, azzerando senza pudore i timidi tentativi di farsi carico della evangelizzazione di persone sempre meno vicine alla Chiesa.

Un pauroso clericalismo di ritorno, poi, tende ad escludere sempre più i laici e ad incrementare il potere e le responsabilità dei preti nei confronti dell’annuncio. Cosa molto grave, se pensiamo che il clero, mentre in passato rappresentava la classe intellettuale delle società, oggi appare una categoria dalla cultura medio bassa, talora presuntuosa, sovente incapace di intercettare le istanze di una società in rapido e profondo mutamento e di rispondervi con un annuncio competente, audace, generoso e inculturato. Si salvano quei buoni preti che offrono esempi di santità e di entusiasmo autentici, ma spesso si assiste ad una pastorale di burocrati (anche buoni) che non fa cogliere la novità del Vangelo e non affascina. Se non vengono fatte scelte adeguate, assisteremo sempre più ad una guerra impari, tra un mondo scientifico e culturale sempre più specializzato e agguerrito, e la fragile e poco attrezzata “armata” clericale che ripropone vecchi schemi incapaci di trasmettere la forza liberante del Vangelo e che rischia di oscurarne il grande potenziale di rinascita per la vita degli uomini e delle donne del nostro tempo.

Il mio Padre spirituale del Seminario Romano Maggiore, Mons. Daniele Ferrari, poi Vescovo di Chiavari, ci ripeteva spesso che siamo solo agli inizi del Cristianesimo e che il Vangelo di Gesù deve essere ancora compreso e dare ancora frutti preziosi ed inimmaginabili. È questo un messaggio di speranza che mi ha sostenuto e mi sostiene nella mia azione pastorale e mi porta a sognare una Chiesa, non dominata dalla casta clericale, in cui laici e sacerdoti si facciano carico in primissima battuta di quell’annuncio del Vangelo che continua a rivelarsi come la grande possibilità di vivere da uomini in una società giusta e fraterna.

+ don Valentino

 

 

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